Shodō l’arte della calligrafia: tra poesia e scrittura

Il costante avanzamento dell’era tecnologica porta con sé la graduale perdita di usanze e tradizioni: la scrittura su carta è entrata quasi in disuso a causa degli attuali mezzi di comunicazione che permettono di inviare e ricevere con grande tempestività i contenuti dei messaggi. Questo progresso, sicuramente importante, fa sì che vengano perse anche sensazioni ed emozioni, che non sono più facilmente tangibili tra i caratteri digitali.

Nel corso del Periodo Heian (794-1185) il Giappone visse una particolare fioritura delle arti, un’epoca di grande sviluppo culturale e di ricerca di un sofisticato senso di armonia e bellezza. In questo contesto, all’interno delle corti imperiali, un certo livello di istruzione era garantito anche alle nobildonne, le quali apprendevano l’arte della calligrafia e della scrittura. Agli uomini veniva insegnato a leggere e scrivere in cinese classico, in quanto lingua ufficiale della burocrazia e quindi di prestigio, alle donne era concesso di imparare soltanto l’hiragana dal tratto grafico così elegante “a filo d’erba” che si prestava di più a una mano femminile, tanto che venne coniato in alternativa il termine 女手 “onnade” e fu proprio questo stile di scrittura fine ed elegante a permettere alle autrici dell’epoca di trovare la strada verso la consacrazione letteraria. La scrittura in hiragana permise loro di annotare i propri pensieri, di raccontare la vita di corte e di dare voce ad ansie e paure quotidiane

Ono no Komachi (小野 小町, 825 – 900) è la prima grande poetessa nella storia della letteratura giapponese, ed è l’unica donna citata nella prefazione giapponese del Kokinwakashū (古今和歌集) la raccolta di poesie antiche e moderne. Fu famosa presso i contemporanei anche per la sua incredibile bellezza, tanto che il nome Komachi per antonomasia è tuttora usato per indicare donne di particolare eleganza. 

Una delle sue poesie recita come segue:

思ひつつぬればや人の見えつらむ夢としりせばさめざらましを

È perché mi sono coricata

immersa nel di lui pensiero

che mi è apparso?

Avessi saputo che era un sogno

non mi sarei destata.

(Kokinwakashū, XII, 552

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Quando si considerano i tipici metodi di corteggiamento, lo “scambio poetico” potrebbe non essere la prima cosa che viene in mente. Ma per un uomo aristocratico dell’era Heian, la poesia era necessaria per competere per gli affetti delle giovani donne. Gli aspetti moderni dell’attrattiva maschile come aspetto fisico e tratti della personalità non erano così prevalenti nei calcoli romantici iniziali di una donna come lo sarebbero oggi. Invece è stata la poesia a svolgere questo ruolo importante. Esaminando le opere letterarie dell’epoca, è evidente che la poesia è una componente estremamente importante del corteggiamento aristocratico. Dunque la calligrafia era un elemento decisivo: in un’epoca in cui le donne non potevano mostrare il proprio volto agli sconosciuti, i giovani per scambiarsi attenzioni dovevano inizialmente accontentarsi di parlare attraverso versi poetici tra le fessure dei paraventi. 

In Giappone dunque l’arte calligrafica arrivò solo intorno al VI secolo. Inizialmente utilizzata come semplice arte decorativa, intorno all’VIII secolo, grazie anche all’affermazione del Buddhismo, iniziò a essere praticata da nobili e monaci. Ono no Michikaze è considerato il fondatore dello shodō giapponese.

La parola shodō (書道) è formata dai kanji di 書 “sho” che significa scrittura e 道 “dō” che significa via o strada. Tecnicamente significa “Via della scrittura” ed è una delle più antiche forme d’arte di tutto l’Oriente infatti ha influenzato altre forme d’arte giapponesi, come ad esempio il sumi-e (墨絵), uno stile di pittura che impiega, come la scrittura, l’inchiostro di china nera.

“Lo shodō è una disciplina attraverso la quale si coltiva se stessi. Esso crea una figura per mezzo della scrittura, e proprio attraverso l’astrattezza di questo mezzo permette di esprimere quasi inconsciamente il proprio pensiero, le proprie emozioni, il proprio spirito e, in definitiva, se stessi. Lo shodō è un’immagine di noi stessi. Dunque, per produrre un’opera di shodō bisogna coltivare se stessi.”

Norio Nagayama “Shodō: la via della calligrafia”

La ricerca di sé può avvenire anche in forma scritta, superando i limiti dell’espressione orale e i confini temporali. Praticare lo shodō significa imparare a conoscere se stessi, comprendere la relazione corpo, mente e cuore, sviluppare e affinare una profonda sensibilità ed una grande capacità intuitiva.

Per i filosofi cinesi, confuciani e taoisti, sciogliere l’inchiostro con l’acqua simbolizzava i due principi dell’essere: la vita (l’acqua) e la morte (la polvere d’inchiostro). Fortemente influenzato dallo Zen, l’arte della calligrafia, ebbe grande rilievo nei Templi e nei Monasteri Buddhisti. Molti famosi calligrafi e poeti sono alcuni dei più noti monaci Zen, così come veniva praticato anche da famosi Maestri di Arti Marziali.

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Il calligrafo, attraverso l’azione del pennello, tramuta in segni decisi o incerti, veloci o lenti, sottili o spessi, una forza che tradizionalmente viene definita Ki (energia vitale), questa energia crea rapporti tra i segni stessi scrivendo un carattere che rappresenta l’idea dell’artista. La missione della Calligrafia Giapponese, secondo lo spirito Zen, è di aiutare le persone a raggiungere una miglior sintonia con la parte più profonda del loro essere. La “Non mente” della zona, è un concetto del Buddismo zen, che consente di trasmettere l’energia attraverso l’essere direttamente al pennello.

Si imprime su carta il sentimento dell’artista e viene tracciato un percorso che sgorga dalla sua interiorità. Il calligrafo, di fronte alla carta e con il pennello in mano, è completamente trasparente.

Si può imprimere qualsiasi cosa, una poesia, una frase, una riflessione personale ma la cosa fondamentale è che mentre il calligrafo tempera la propria sensibilità, la risultante opera deve saper suscitare nell’osservatore una sensazione di serenità ed equilibrio. Infatti più il calligrafo avrà temperato il suo animo e creato un sano collegamento tra corpo e spirito, più sarà capace di creare, grazie all’energia vitale, tratti definiti, senza insicurezze ma con decisione.

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“Solo in seguito all’intervento del bonsaista e del calligrafo una pianta e una parola subiscono la metamorfosi che le trasforma in un bonsai e in una calligrafia. L’intenzione che sta alla base di ognuna di queste creazioni è composta da un complesso insieme di elementi che appartengono intimamente al loro artefice e ne esprimono la personalità.”

— Norio Nagayama

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