La moglie coreana – Recensione

“La moglie coreana” è un romanzo di Min Jin Lee, autrice di origini coreane, che vive a New York. Pur essendo il suo secondo romanzo era la storia che aveva dentro da più tempo, fin da quando tra il 2007 e il 2011 ha vissuto a Tōkyō, dove si è potuta documentare intervistando molti coreani residenti e ascoltando le loro vicende straordinarie sull’emigrazione in Giappone durante l’occupazione della Corea, a inizio Novecento.

Finalista al National Book Award, nominato tra i dieci migliori libri del 2017 da The New York Times, The New York Review of Books e USA Today, “La moglie coreana” ha visto uno sbalorditivo successo di pubblico, tanto che il libro, tuttora in classifica, è diventato una sorta di grande classico moderno.

Essere coreani nel Giappone del ventesimo secolo, è come giocare a un gioco d’azzardo, il Pachinko: una battaglia contro forze più grandi che solo un colpo di fortuna o la morte possono ribaltare. 

Titolo: La moglie coreana
Autore: Min Jin Lee
Prezzo: € 11,90

Corea, anni Trenta. Quando Sunja sale sul battello che la porterà a Ōsaka, in Giappone, verso una vita di cui non sa nulla, non immagina di star cambiando per sempre il destino del figlio che porta in grembo e delle generazioni a venire. Sa solo che non dimenticherà mai il suo Paese, la Corea, colpita a morte dall’occupazione giapponese, e in cui tuttavia la vita era lenta, semplice, e dolce come le torte di riso di sua madre. Dolce come gli appuntamenti fugaci sulla spiaggia con l’uomo che l’ha fatta innamorare per poi tradirla, rivelandosi già sposato. Per non coprire di vergogna la locanda che dà da vivere a sua madre, e il ricordo ancora vivo dell’amatissimo padre morto troppo presto, Sunja lascia così la sua casa, al seguito di un giovane pastore che si offre di sposarla. Ma anche il Giappone si rivelerà un tradimento: quello di un Paese dove non c’è posto per chi, come lei, viene dalla penisola occupata.

La moglie coreana, rivelazione letteraria dell’anno, è una grande saga, intima e al tempo stesso universale, che attraversa quattro generazioni di una famiglia regalandoci personaggi appassionati che vivono, amano, lottano sotto un cielo indifferente come la Storia stessa. In cerca di un posto da chiamare, finalmente, casa. ll libro è diviso in tre parti e copre un lasso temporale che va dal 1910 fino al 1989. Il desiderio di un futuro migliore per i figli è ciò che di più ha spinto Sunja ad accettare ciò che le veniva offerto.  

Questo romanzo tratta di argomenti molto delicati, trattati con grande attenzione al dettaglio. La Corea sotto il dominio giapponese fu lo status giuridico della penisola coreana al principio del XX secolo. Il termine stesso di Patria viene più volte rievocato. Cos’è una patria? Quando e come si può definire l’amore per la patria o il significato di appartenenza? I coreani residenti in Giappone, a fine guerra, sarebbero stati coreani-giapponesi traditori se fossero tornati in Corea ma in Giappone sarebbero stati considerati in ogni caso solo e soltanto coreani dunque non avevano più una vera e propria appartenenza, si trovavano nel mezzo. Dunque chi definisce cos’è la Patria? Un coreano nato e residente in Giappone ogni tre anni, anche negli anni ’80, doveva ancora recarsi a richiedere il permesso di soggiorno con il rischio di essergli negato con tanto di rimpatrio eppure era nato e cresciuto in Giappone da genitori coreani emigrati durante il periodo della guerra. 

Sunja, rimasta incinta di un uomo sposato ha fatto ciò che sarebbe stato giusto fare a quei tempi nonostante la brutta luce con la quale i coreani venivano visti. Tant’è che anche i figli sperimenteranno l’emarginazione sociale:

“È così terribile essere coreano?

È terribile essere me”.

ed è alla luce di questo che hanno cercato di utilizzare le uniche due armi a loro disposizione: lo studio e la capacità di fare soldi. Imparare alla perfezione la lingua parlata e l’inglese, ottenere voti alti e studiare all’università cercando di diventare cittadini del mondo. 

Di seguito lascio una citazione trovata a inizio del terzo capitolo del filosofo di ispirazione marxista che negli anni ’80 ha elaborato il concetto di comunità immaginate:

La nazione è immaginata come “limitata” in quanto persino la più grande, con anche un miliardo di abitanti, ha comunque confini, finiti anche se elastici, oltre i quali si estendono altre nazioni. […]

La nazione è immaginata come “sovrana” in quanto il concetto è nato quando Illuminismo e rivoluzione stavano distruggendo la legittimità del regno dinastico, gerarchico e di diritto divino. […]

Infine, è immaginata come una comunità in quanto, malgrado ineguaglianze e sfruttamenti di fatto che possono predominarvi, la nazione viene sempre concepita in termini di profondo, orizzontale cameratismo. In fin dei conti, è stata questa fraternità ad aver consentito, per tutti gli ultimi due secoli, a tanti milioni di persone, non tanto di uccidere, quanto di morire, in nome di immaginazioni così limitate.

— Benedict Anderson

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