Great Pretender (Anime) – Recensione

Great Pretender (グレートプリテンダー Gurēto Puritendā) è una serie tv animata originale giapponese, di genere crime-comedy, del 2020, scritta da Ryōta Kosawa, prodotta dallo studio Wit Studio (L’Attacco dei Giganti e Vinland Saga) e diretta da Hiro Kaburagi. La serie è composta da un totale di 23 episodi, la cui storia viene suddivisa in 4 casi :

  1. Legame a Los Angeles (episodi 1-5)
  2. Il cielo di Singapore (episodi 6-10)
  3. Neve su Londra (episodi 11-14)
  4. Il Mago dell’Estremo Oriente (episodi 15-23)

Da Giugno 2020 Daichi Marui si sta occupando dell’adattamento manga, pubblicato dalla casa editrice Mag Garden su Mag Comic. Attualmente è stato pubblicato solo un primo volume, mentre nel nostro paese è inedita.

Sinossi

Il protagonista di Great Pretender è Makoto Edamura, un ragazzo semplice e ingenuo, ma che per vivere svolge un lavoro non così onesto: truffa le persone di mezza età fingendosi un venditore porta a porta, assieme al suo boss e partner Kudo. Volta dopo volta, imparando i trucchetti del mestiere, Makoto si auto-definisce il più grande imbroglione del Giappone, ma forse non sa che sparpagliati in giro per il mondo ce ne sono altri, in particolare il Team Confidence : una banda di spudorati truffatori con i quali Makoto entrerà accidentalmente in contatto, quando un giorno, pensando di star truffando un turista venuto in Giappone, si accorge di essere stato truffato a sua volta! Il turista “sotto copertura” è Laurent Thierry, leader della banda criminale, esperto nell’arte della truffa e nello charm, che sfoggia con assoluto nonchalance. E’ proprio dal loro incontro che inizieranno una serie di avventure e di disavventure, assieme agli altri membri della banda, con i quali elaborerà piani sempre più complessi, spinti dal solo obiettivo di guadagnare una quantità spropositata di soldi truffando alcune delle figure più ricche dei luoghi dove verranno attuati i colpi. Varrà davvero la pena mettere tutto in gioco pur di vincere? O la morale prevaricherà sulla disonestà?

Analisi

Già dai primi minuti lo spettatore viene travolto da una vasta gamma di colori, in particolare guardando gli sfondi.

Fun fact. I grafici hanno utilizzato delle vere fotografie dei posti che poi sono stati ritratti dalla serie animata. In particolare, hanno ritoccato le immagini originarie per adattarle meglio allo stile di disegno di Great Pretender, creando sfondi quasi iper-realistici, cosa che suona un pò altisonante rispetto alla grafica delle figure umane.

Naturalmente, dando uno sguardo più attento ai paesaggi originali, lo spettatore incuriosito sarà in grado di scorgere le differenze tra paesaggio reale e disegnato, ma a parte questo, non si può non farsi incantare da questa impressionante palette di colori. Le poche ma essenziali pennellate compatte, i colori sapientemente bilanciati da cui si nota in maniera evidente il distacco tra l’uno e l’altro, le ombreggiature uniformi e i contorni ben definiti ci accompagneranno dall’inizio alla fine della serie senza inciampare una singola volta.

Riferendoci ancora ai colori, uno dei pregi più significativi di Great Pretender è la costante qualità nei disegni e nell’animazione, il ché può risultare funzionale per la narrazione, nello specifico, nelle scene in movimento, ma l’effetto grafico non fa altro che rendere i personaggi delle marionette.

E’ un giro intorno al mondo in 23 episodi : possono sembrare pochi ma gli eventi che si dipanano nella storia avvengono non soltanto in Giappone ma anche al di fuori dei confini nipponici, dove lo spettatore accompagna i personaggi in questo viaggio tra nuovi paesi, culture, nuove comparse, spaziando dagli Stati Uniti all’Europa, da Singapore alla Cina, e con un bagaglio di multilinguismo. A questo proposito, sin dal primo episodio notiamo che i personaggi (o quasi tutti) sono anche bilingue o poliglotti, il ché costituisce un aiuto supplementare per le loro missioni internazionali.

Non dimentichiamoci dei numerosi rimandi

  1. le serie tv poliziesche occidentali ;
  2. la cultura cult : in questo casoLe Bizzarre Avventure di Jojo (per l’uso spasmodico di colori abbaglianti, forse poco realistici, eppure sono una caratteristica primordiale, proprio come per l’opera di Hirohiko Araki) ;
  3. la pop art : quegli stessi colori a cui abbiamo fatto accenno prima ricordano le opere pittoriche di Andy Warhol, tipiche degli anni ’60 ;
  4. la locandina del film Prova a Prendermi (Catch me if you can) : la grafica dell’opening di Great Pretender, con i suoi disegni geometrici e le linee rigide, sembra essersi ispirato alla locandina del noto film del regista Steven Spielberg (foto sotto) ;
  5. Lupin III : c’è una palese analogia tra Lupin III e Laurent Thierry, co-protagonista della storia, entrambi di origine francese, con un gusto per il travestimento e i piani criminali celati da un nobilesco intento.
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La truffa è soltanto un espediente, poiché ci sono continui tuffi nel passato che permettono allo spettatore di conoscere più nel dettaglio la storia di ogni personaggio, e magari anche le ragioni che li hanno spinti a fare quello che fanno e ad essere chi sono, anche se purtroppo lascia qualche punto bianco che non viene sufficientemente spiegato, neanche nella seconda stagione.

Da un caso all’altro il livello di difficoltà aumenta, i piani si fanno più complessi, articolati, al punto che sembra impensabile riuscire a ingannare con tanta facilità quelli che sono i pezzi grossi delle loro truffe, per questo che gli episodi non sono autoconclusivi, così che ogni finale richiami l’episodio successivo, finché il caso non lo si definisce chiuso.

Vi è un’elevata dose di sfacciataggine, che non è sempre un pregio, ma dà il beneficio del dubbio a Great Pretender per il fatto che i personaggi sono sempre pronti (e frementi) all’idea di scombinare gli equilibri dei propri bersagli, a sfoggiare inaspettate abilità e a improvvisare al meglio lì dove qualcosa dovesse andare storto.

L’introspezione dei personaggi viene tratta con un realismo tale da riflettersi anche in certe tematiche, piuttosto attuali e spiacevoli, che se da un lato affascinano lo spettatore per la personalità così umana ed esuberante dei protagonisti, dall’altra lo spinge a riflettere su realtà ancora valide al giorno d’oggi. Sfortunatamente, questo aspetto non sfugge alla critica perché per quanto possa offrire uno spunto di riflessione su temi come la droga, la corruzione e il commercio di esseri umani, tuttavia non vengono spiegati a dovere per fare posto all’agire e ai pensieri dei protagonisti.

La prima parte dell’anime si concentra pienamente sull’eseguire truffe complesse ma divertenti per dare una lezione alle “prede” ricche e potenti, ma la seconda parte non scorre allo stesso modo : vengono a galla quelli che sono gli errori irrisolti della prima stagione, e che non consentono di instaurare un rapporto egualmente empatico con i personaggi ; pretende di fare più di quanto ha già fatto aggiungendo scene ed effetti spettacolari, che possono rivelarsi o una fantastica sorpresa o un totale fiasco. Inoltre, una cosa che ho notato e che mi ha delusa parecchio di questa seconda stagione è la scarsa attenzione che viene riservata a quelli che erano i personaggi di spicco nella prima, spostandola su altri – come le nuove comparse – e rischiando addirittura di trascurarli e farli tornare in scena quando meno te lo aspetti, così da dare una senso di continuità all’intera storia.

Non siamo soci. Non siamo amici, né familiari. Un errore ed è finita. Siamo lupi solitari.

Musiche e colonne sonore

La Colonna sonora è curata da Yutaka Yamada, che ha collaborato anche per anime come Tokyo Ghoul e Vinland Saga ; ma prendendo in esame, in particolare, l’opening e l’ending di Great Pretender scopriremo qualcosa di molto interessante.

Al primo ascolto dell‘opening “G.P.” di Yutaka Yamada non possiamo non notare la similarità con quella di Cowboy Bebop, “Tank!”, tanto orecchiabile e riconoscibile con quel sottofondo jazz-blues che accompagna le scene animate, e che si presenta allo stesso modo anche in Lupin. Quindi capiamo che non è una semplice influenza dall’opera di Monkey Punch , ma un vero e proprio omaggio alla storia, al character design (sia nella personalità che nelle fattezze fisiche) e alla musica.

Opening “G.P.” di Yutaka Yamada, Great Pretender

L’ending “The Great Pretender” di Freddie Mercury non è proprio una canzone di Freddie Mercury, leader dei Queen, ma la cover di un brano originale dei The Platters, usata probabilmente per la prima volta come colonna sonora di un anime giapponese. Essa non soltanto chiude con le sue note tutti gli episodi di Great Pretender, dando tra l’altro il titolo alla serie animata, ma anche con una concatenazione di animazioni incentrate in particolar modo sui gatti, ulteriore e diretto omaggio a Freddie Mercury che li amava al punto da creare un solido legame con tutti quelli che aveva.

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Inoltre, il gatto lo si riconosce per la sua natura solitaria, indifferente e sicuramente opportunista quando si tratta di ottenere ciò vuole, il ché si confà molto con la personalità del truffatore.

Ending “Great Pretender” di Freddie Mercury
Original song “Great Pretender” di The Platters

Conclusioni

Certo, ci sono numerosi riferimenti, influenze, pregi e difetti, ma Great Pretender è un anime che sa il fatto suo, che ha saputo preservare una forte e indipendente identità, evitando così di inciampare nel visto e rivisto, o nel plagio, che di per sé è un aspetto non da poco.

Non lo si può definire un anime di formazione, perché non vi è alcuna evoluzione dei personaggi, ma lo consiglio per chi ha voglia di guardare qualcosa di brioso e fuori dagli schemi!

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