A sud del confine, a ovest del sole – Recensione

A sud del confine, a ovest del sole” di Murakami Haruki ci proietta questa volta in un mondo reale, un po’ diverso dal solito, più intimo e lontano dai toni surreali e onirici a cui ci ha abituati.

Una storia d’amore, un storia di solitudine, la ricerca del proprio posto nel mondo. La straziante malinconia e nostalgia del ricordo che ci fa convivere con i fantasmi del nostro passato.

Nuovamente Murakami ci fa compiere un viaggio all’interno della psiche dei personaggi lasciandoli, a tratti, coperti da un velo di mistero.

Titolo: A sud del confine, a ovest del sole
Autore: Murakami Haruki
Prezzo: € 12,00

Fino ad allora Hajime aveva vissuto in un universo abitato solo da lui: figlio unico quando, nel Giappone degli anni Cinquanta, era rarissimo non avere fratelli o sorelle, aveva fatto della propria eccezionalità una fortezza in cui nascondersi, un modo per zittire quella sensazione costante di non essere mai lì dove si vorrebbe veramente. Invece un giorno scopre che la solitudine è solo un’abitudine, non un destino: lo capisce quando, a dodici anni, stringe la mano di Shimamoto, una compagna di classe sola quanto lui, forse di più: a distinguerla non c’è solo la condizione di figlia unica, ma anche il suo incedere zoppicante, come se in quel passo faticoso e incerto ci fosse tutta la sua difficoltà a essere una creatura di questo mondo. Quando capisci che non sei destinato alla solitudine, che il tuo posto nel mondo è solo là dove è lei, capisci anche un’altra cosa: che sei innamorato. Ma Hajime se ne rende conto troppo tardi – è uno di quegli insegnamenti che si imparano solo con l’esperienza – quando ormai la vita l’ha separato da lei. Come il dolore di un arto fantasma, come una leggera zoppia esistenziale, Hajime diventerà uomo e accumulerà amori, esperienze, dolori, errori, ma sempre con la consapevolezza che la vita, la vita vera, non è quella che sta dissipando, ma quell’altra, quella che sarebbe potuta essere con Shimamoto, quella in un altrove indefinito, a sud del confine, a ovest del sole. Una vita che forse, venticinque anni dopo, quando lei riappare dal nulla, diventerà realtà.

“Se non fosse piovuto o se io non avessi avuto l’ombrello (cosa possibilissima visto che prima di uscire dall’albergo quel giorno ero stato indeciso se portarmelo o no), non avrei incontrato mia moglie.

E se ciò non fosse avvenuto, a quest’ora probabilmente lavorerei ancora nella casa editrice di libri scolastici, e la notte, appoggiato al muro della mia camera, berrei parlando da solo. Quando ci penso mi rendo conto che viviamo in un numero veramente limitato di possibilità.”

Questo romanzo, sulle note jazz e malinconiche, ci mostra come la vita sarebbe potuta andare se nel passato avessimo compiuto scelte differenti. Il mondo reale e un mondo parallelo. In quel mondo parallelo Hajime e Shimamoto sono felici e innamorati ma in quello reale tutto diventa intricato, quasi difficile da affrontare. Murakami ci porta a fare questo ragionamento grazie ai toni filosofici che si possono leggere tra le righe e quello invece poetico che circondata i due innamorati.

“Quando ti guardo, a volte mi sembra di vedere una stella lontana. Sembra che brilli, ma è una luce di decine di migliaia di anni fa.

Forse è la luce di un astro che ora non esiste più, ma a volte sembra più reale di tutto il resto”

Un elemento presente in maniera costante in questo romanzo è la musica. D’altronde, non è più una novità per coloro che hanno già letto qualcosa di Murakami. Evoca nella narrazione in prima persona la musica come spazio intimo di scambio fra i protagonisti, dove il sorriso con cui Shimamoto ricopre la sua fragilità si fonde con un vinile di Nat King Cole.

Il titolo del libro è diviso in due parti, la prima è il titolo di una canzone, South of the Border (a sud del confine), una canzone la cui interpretazione Murakami attribuisce erroneamente a Nat King Cole, e che parla di un uomo che lascia andare via l’amore della sua vita, salvo poi pentirsi quando ormai è troppo tardi, mentre la seconda si riferisce ad una malattia che colpisce i contadini che vivono in Siberia, detta appunto isteria siberiana ed è Shimamoto a parlare di quest’ultima. Dunque i due titoli sono composi da Hajime (a sud del confine) e Shimamoto (a ovest del sole).

“Giorno dopo giorno, vedi il sole sorgere a est, attraversare la volta celeste e tramontare a ovest e alla fine dentro di te qualcosa si spezza e muore.

Lasci a terra la zappa e cominci a camminare con la mente svuotata da ogni pensiero, verso ovest, a ovest del sole.

Continui a camminare per giorni, senza mangiare né bere, come un invasato. E un giorno ti accasci al suolo e muori.

È questa l’isteria siberiana.”

Una storia di raffinata delicatezza, malinconica e romantica, un distillato purissimo della sua poesia.

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